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«La vita dell’uomo si svolge laggiù tra le case, nei campi. Davanti al fuoco e in un letto. E ogni giorno che spunta ti mette davanti la stessa fatica e le stesse mancanze. È un fastidio alla fine […]. C’è una burrasca che rinnova le campagne - né la morte né i grossi dolori scoraggiano. Ma la fatica interminabile, lo sforzo per star vivi d’ora in ora, la notizia del male degli altri, del male meschino, fastidioso come mosche d’estate - quest’è il vivere che taglia le gambe.»

C. Pavese, Dialoghi con Leucò

Sento la mancanza di qualcosa, una forza d’espressione, un’empatia, che mi colpiscono istantaneamente, quando mi si apre l’esperienza della bellezza. Prima di questa esperienza, non sapevo o non mi ricordavo che mi mancasse; ma ora so, perché la conoscenza me l’ha insegnato, che sempre mi mancherà. Desiderio. L’esperienza della bellezza mi rende cosciente di una mancanza. Ciò di cui faccio esperienza, ciò che mi tocca, è, insieme, gioia e dolore. Dolorosa è l’esperienza dell’assenza e pura gioia l’esperienza di una forma bella, che nasce dal sentimento dell’assenza. Con le parole dello scrittore Martin Walser: «Quanto più sentiamo un’assenza, tanto più bello può divenire quello cui dobbiamo dare fondo per sopportare l’assenza».

Peter Zumthor

Ho pena delle stelle
che brillano da tanto tempo,
da tanto tempo…
Ho pena delle stelle.

Non ci sarà una stanchezza
delle cose,
di tutte le cose,
come delle gambe o di un braccio?

Una stanchezza di esistere,
di essere,
solo di essere,
l’essere triste lume o un sorriso…

Non ci sarà dunque,
per le cose che sono,
non la morte, bensì
un’altra specie di fine,
o una grande ragione:
qualcosa così, come un perdono?

Fernando Pessoa